Racconti, Vita

In Quella Vita

1900

Passeggiando al Terrapieno di Cagliari, ricordo spesso quella che credo essere le mia vita precedente.

Ricordo il sole caldo e dolce, il mio ombrellino di pizzo bianco, le ciglia folte, i capelli raccolti come una signorina perbene. Respiro a fatica, il corsetto mi stringe un po’ la vita sottile, la lunga gonna esalta le mie forme e mi fa apparire leggiadra, quasi eterea.

Il colletto scelto da mia madre mi protegge dagli sguardi indiscreti.

Tutti, intorno a noi, passeggiano.

Ci si guarda, discreti. Possiamo solo guardarci. Possiamo comunicare solo con quell’unico, breve, intenso e folle sguardo che ci nutre come pappa reale.

Lui si avvicina e saluta mia madre che sorride affabilmente, ma non troppo.

E’ tutto nelle bocche, negli occhi.

Lui mi guarda di nuovo e ottiene, con un piccolo giro di furbe parole, di affiancarmi nella passeggiata.

Si parla del tempo, delle stagioni, della vecchia zia appesantita dagli acciacchi.

Io mi volto a guardarlo. L’ombrellino è il mio scudo contro il mondo. Posso un po’ inclinarlo, per godermi la vista. Il panorama sulla città. I baffi di lui. Gli occhi brillanti. Mi guarda di nuovo.

Io lo so, che vorrebbe baciarmi, che vorrebbe mordermi. Come una pesca.

Utilizza il bastone con un’eleganza che mi fa sussultare. Il cuore mi batte forte e vorrei essere quel bastone. Stretta nel suo pugno così deciso. Lui è sicuro di sé. Sa che non può guardarmi troppo a lungo, ma non ha paura di farlo. Riesce ad andare perfettamente a tempo con gli sguardi delle persone intorno a noi, compreso quello di mia madre, e a cogliere l’attimo per farmi arrossire ancora, e ancora, e ancora.

Vorrei essere da sola con lui. Vorrei che tutti intorno a noi scomparissero. E sì, vorrei essere la sua pesca da mordere.

Comincio a sentire caldo.

L’ombrellino non mi protegge più. Non ho più uno scudo. Sono completamente indifesa. Mia madre ora sta cinguettando qualcosa sull’ultimo tè con le amiche. Mi tremano le gambe. Lui si accorge del mio pallore. Tutto gira. Il cinguettio di mia madre diventa un fischio e poi buio. L’ultima cosa che ricordo sono le braccia di lui, forti, che mi sorreggono.

Quando riapro gli occhi, c’è una calca intorno a noi. Io sono distesa a terra.

Lui ora può guardarmi senza pudore. Mia madre esplode in una risata nervosa. Una signora mi sventola col suo cappello. Lui continua a fissarmi.

E proprio lì,  nella confusione, sotto gli occhi di tutti, con una nonchalance che mi lascia di nuovo senza fiato, lui mi appoggia una mano sulla caviglia e piano piano la fa salire fin dove quella nostra posizione glielo consente. Per un attimo, confusa e imbarazzata per lo scompiglio causato nella passeggiata, penso di essere di nuovo in procinto di svenire. Invece no. Al contrario, il mio corpo si risveglia. Sento un piacevole calore che parte dalla pancia e si espande fino al mio intimo desiderio. Lui continua a guardarmi e mi chiede se sto bene.

Riesco solo a mormorare sì, mentre la sua mano si arresta, e mi accarezza dolcemente l’incavo del ginocchio.

Nessuno si accorge di niente. Io vorrei rimanere sdraiata lì per sempre. Invece l’incantesimo si rompe, le sue mani mi sollevano e mi consegnano di nuovo a quelle di mia madre. Ci guardiamo un’ultima volta, prima che lui, con un cenno di saluto, vada via.

Pochi giorni dopo partì per sempre per lavoro, credo in Africa.

Non l’ho più rivisto.

Per lo meno in quella vita.

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