Vita

H168

h168

H168. Lo spettacolo/performance che di spettacolare ha soprattutto questa cosa: durerà 168 ore. 168 ore sono tante. Sono sette giorni.

Si tratta di 16 persone che portano avanti per 168 ore delle performance in uno spazio scenico piuttosto grande. Lo spazio della Ferai Teatro, giovane (ma non troppo) compagnia teatrale sui generis che a Cagliari ha già fatto parlare di sé per diverse cose.

Ora sono le due del mattino, sono venuta qui appena ho staccato dal lavoro, sono seduta su una sedia rossa e davanti a me c’è un ragazzo che usa il suo corpo muovendolo nello spazio non so bene per cosa. Fa dei movimenti abbastanza inutili e illogici, arbitrari. Alla mia destra c’è una stanza dormitorio (senza porta). Ci sono delle persone che dormono davvero, sotto gli occhi di noi spettatori. Io riuscirei a farlo? Non saprei, forse sì.

In vece alla mia sinistra ci sono due ragazze che ritagliano da alcune riviste figure femminili. Non so bene cosa debbano farci, ma sono molto serie.

Io provo del disagio adesso. Perché non so cosa fare. Non so se posso interagire con queste persone. Provo davvero molto disagio. C’è un’energia molto strana qui dentro, ora provo quasi paura. Continuo a sentirmi a disagio. La sensazione è che da un momento all’altro possa succedere qualcosa, ma allo stesso tempo sapere che tutto continua così, immutato.

Il ragazzo che prima si muoveva al centro del salone ora si sta dedicando a comporre dei disegni su dei grandi fogli appesi alla parete utilizzando la frase “happiness il loneliness”.

Sono sicura che restando a lungo qui il disagio mi passerebbe e mi sentirei come a casa.

Forse la vita è così? Iniziale disagio e poi abitudine?

C’è un ragazzo in fondo a sinistra che sta fabbricando origami per poi appenderli alla struttura di una tenda da campeggio.

Una delle due ragazze che stavano ritagliando figure femminili dalle riviste ora ha preso il posto del ragazzo che si muoveva in maniera illogica.

Mi chiedo: che differenza c’è tra un performer e un esibizionista?

Forse il performer dà e comunica un senso con ciò che fa?

Oggi sono uno spettatore in questo luogo. Mi chiedo se oggi, primo giorno di questa lunga avventura (per loro) sappiano bene cosa stanno facendo e dove stanno andando. Se hanno capito quanto è importante quello che stanno facendo.

La cosa più importante (e ingombrante) è il silenzio. Molto rilassante. Ed è un silenzio voluto, desiderato, non imposto. Stiamo tutti bene, così, in silenzio, qui tutti mi lasciano in pace, mi ignorano. Ora sto bene. Un attimo di pausa dal disagio.

Finisce subito. Non capisco perché mi dia fastidio la ragazza alla mia sinistra che ritaglia figure femminili. Vorrei interagire con lei ma mi vergogno.

Mi sta venendo sonno.

Adesso il primo ragazzo che si muoveva al centro della sala e che si era spostato a disegnare, ritorna al suo vecchio gioco. E capisco, grazie a un altro spettatore (siamo solo in due), che se si interagisce con lui avvicinandosi o allontanandosi, lui ha una reazione. Se ti avvicini si allontana, rotolandosi per terra come un pupazzo animato da chi sa quale stregoneria. Se ti allontani, ti segue, sempre rotolandosi.

Per un attimo mi sembra un anemone.

È molto divertente!

La ragazza che ritagliava ha finito? Sta buttando tutto… È molto triste, ha l’aria severa.

Ora ho davvero tanto sonno, andrò via tra poco.

Tornerò domani, se riesco, per godermi ancora questo silenzio assordante.

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