Vita

#scrivereinquarantena Terzo Pensiero

Ho deciso di osservare il nobile silenzio per l’intera giornata di oggi. Significa rinunciare alla comunicazione verbale con tutti coloro che conosco, vicini e lontani. Salvo, naturalmente, casi di emergenza.

Perché ho deciso questo? Perché sento l’esigenza di andare ancora più a fondo dentro di me, cosa che questo periodo di “ritiro forzato” sta già di per sé facilitando.

Muta e, in qualche modo, cieca. Cieca nel non sapere cosa accadrà domani, nel non poter vedere molte cose distanti da me, perché il mio spazio si è ridotto. Hanno posto dei limiti ai miei spostamenti, da qui una riduzione dello spazio che posso occupare.

Videochiamate di gruppo, chiamate silenziose ma piene di emozioni con il mio amato, telefonate accorate con amici lontani, chiacchierate sommesse e lente con Stefano, meraviglioso amico e fratello con cui sto condividendo questo periodo, comunicazioni sulla natura di questo fenomeno in corso… silenzierò tutto questo per 24 ore. Perché ne sento proprio il bisogno. Il bisogno di raccogliere l’energia del verbo per un giorno intero. Per poi vedere cosa si trasforma durante, dopo, dentro e fuori di me.

La musica non esisterebbe senza il silenzio.

Ieri ho avuto l’impressione di partecipare a uno dei miei lab Writefulness, e ho sorriso a questo pensiero. Ho sorriso mentre riprendevo in mano il mio romanzo abbandonato da tempo perché non avevo mai né testa, né tempo per scriverlo. Adesso ho entrambe.

In silenzio oggi mi prenderò cura del mio spazio esterno e interno, del mio giardino, delle mie nuvole.

Lucifero

Vita

#scrivereinquarantena Secondo Pensiero – PERCAP

Il mondo non era molto ben preparato a questa situazione di emergenza.

Per i governi e le organizzazioni è tempo di dare vita a nuove procedure, mettere a punto protocolli ai quali non si pensava fino a uno/due mesi fa.

E noi? Quali protocolli stiamo creando ora, per la nostra vita, in questo momento dal sapore pre apocalittico che assomiglia più a un film brutto con Bruce Willis che a un bell’Oscar mancato?

Cosa facciamo con le amicizie finite male, con i discorsi in sospeso, con gli ex che non sentiamo da un po’, con i parenti che vediamo solo per matrimoni e funerali?

Personalmente, al momento ho un rapporto di amicizia interrotto alle soglie del 2020 che mi rimbomba in testa da qualche giorno. Potrei passarci sopra, prima o poi la quarantena finirà e la vita tornerà come prima per tutti. E quel rapporto non è da ricucirsi solo perché “questa sembra la fine del mondo”.

Ma qualcosa mi dice che dopo la pandemia nessuno di noi sarà più lo stesso. Qualcosa ci sta toccando in maniera molto profonda e singolare.

Forse potrei entrare in PERCAP, Protocollo Emergenza Relazioni in Caso di Pandemia.

Vita

#scrivereinquarantena Primo Pensiero

Non è che stia scrivendo granché, e me ne

dispiace.

Ho abbandonato completamente i social (Facebook e Instagram), li trovo velenosi in questo periodo. Non riuscivo a scriverci nulla, nè ad accogliere ciò che leggevo.

Sono stati giorni difficili per tutti, e ne abbiamo ancora per un po’.

Separazioni forzate, paure, dubbi, senso di ribellione.

Ho la fortuna di abitare fuori città, vicino al mare, e da ieri ho cominciato a godermi questa cosa.

Sveglia presto, lavoro di progettazione dell’orto, lettura, scrittura, appuntamenti spirituali. Appena fa buio, si accende il fuoco nel camino. Niente male come vita!

Ma gli abbracci mancano, mancano.

Vita

Diario di Meditazione con la m minuscola (IV)

Zafu nuovo!


Finalmente ho acquistato uno zafu nuovo, che mi consentirà di assumere la giusta postura per la pratica di zazen.

Proprio oggi lo inauguro, durante la pratica domenicale, insieme al mio piccolo grande sangha. Mi siedo e incrocio le gambe in un mezzo loto.

Mentre il maestro suona il legno, cerco la posizione. Ops, lo zafu nuovo è molto più alto di quello vecchio! Dondolo un po’ sulle natiche. Mi sposto più avanti. Ahia, mi tira la coscia sinistra così. Cerco di appoggiare le ginocchia allo zabuton per formare un triangolo col bacino. Aiuto, quasi scivolo dalla seduta. Il ventre è piatto. Bene, la posizione dovrebbe quindi essere corretta. Il pube un po’ in avanti. Forse un po’ troppo. Respiro e scivolo ancora. Se continuo così cado. Suona la campana.

Quasi mi prende il panico. Mi fa male il coccige. Non importa. Percepisco la punta della lingua che tocca la radice degli incisivi. Mi concentro su quella. E se cado? Se respiro, cado. Ma non posso non respirare!

Va bene, se cado pazienza. Respiro e… non cado. Mi assesto ancora. Mi tira sempre la coscia sinistra, mi sento tutta storta. Ho la testa dritta verso l’alto e il mento indentro, molto bene, ottima posizione. Ma se guardo verso il basso, cosa che devo fare, mi sembra di abbassare anche la testa. Invece no, la testa è sempre dritta, solo il mio sguardo è basso. Rilasso le spalle, rilasso le braccia, rilasso le cosce, aiuto, sto per cadere… ma ancora non cado.

Dove sono i miei pensieri? Sono nel mio corpo.

Alla fine non sono caduta. Sarà stata una questione di equilibrio? O di fiducia nell’esistenza? O di perseveranza? Magari di queste tre cose insieme.

Durante la seconda sessione seduta ho trovato la posizione perfetta.

Così perfetta e comoda che quasi mi ci addormentavo…

Vita, Writefulness

Chiesa della Gran Madre di Dio – Writefulness Scrivere Luoghi

Tutte queste persone che cercano qualcosa. Che cercano un riparo, un rifugio e non sanno dove andare nel momento dell’estremo bisogno. Io sono come loro e ho trovato Lei. Tutte queste voci si levano al cielo e arrivano. Stonate e intonate, arrivano. Lei guarda e ascolta, forte come la pietra, pura nell’impurità dalla quale è scaturita la sua egregore. C’è un bambino biondissimo. Lui guarda tutto, come me. La sua anima è parte di questo luogo e di questa energia.

Sono fuori posto qui, adesso. Vorrei che tutte queste persone uscissero e ci fosse un sacro silenzio, perché è questo che deve esserci in questo luogo. Il silenzio della vita e il battito del mio cuore, immerso nel pozzo al centro di questo tempio che è fuori dal tempo. Sono fuori dagli alleluia, sono dentro al pozzo, davanti alla Madre, nell’acqua che per me è simbolo di vita. Sotto il Suo sguardo rimarrei in eterno. Mi manca la sua mano sulla mia fronte, se ci sono tutte queste persone Lei non può metterla su di me. L’energia è spezzettata, divisa, tra centinaia di anime disperate e sole. La pietra che ho intorno per quanto robusta e intaccabile è schiacciata dal chiacchiericcio bigotto. 

Gli adulti non riescono a controllare i bambini così come la pietra non può contenere le anime, l’energia, lo spirito. Eppure, ancora una volta, l’uomo ci ha provato. 

Chiesa della Gran Madre di Dio, Torino, settembre 2019

Poesie, Vita, Writefulness

POESIA PER L’ISOLA NON ISOLA DI SANT’ ANTIOCO

Onde di cartapesta

increspa

vicino all’istmo

una volta, dice,

si andava a pesca

ma a piedi

si camminava sull’acqua

_come Gesù_

Sant’Antioco

isola non isola

espugnata mai posseduta

grottaroli, erbe magiche

pentole con dentro bambini e animali

leoni da guardia

e il mare ostile s’increspa

_ cartapesta_

Pure donata al Santo

questa terra, che sento

così diversa dalla mia

isola

mai espugnata

ma posseduta

Sant’Antioco resa isola

da mano umana

presa dal Papa,

dragata nel 1930_

persi i molluschi e ogni ricchezza?

Rimane la salsapariglia

che mi s’impiglia al cuor!

Sant’Antioco, 15 ottobre 2019

Vita, Writefulness

La Yoni di Oschiri – #scrivereluoghi

Vagina del Mondo, da te tutto entra e tutto esce. Ferita, apertura ancestrale, doni la vita a noi umani e a tutte le altre creature. Il tuo clitoride è un sole ruvido ed esclamativo. Mi sono seduta sotto di te e ho pianto fino alla fine dei miei giorni. Sono diventata fiume, poi mare, poi madre dei pesci e degli scogli.

Vagina del Mondo, da te sono uscita e in te non posso tornare, separata per sempre da chi mi ha dato alla luce. In ginocchio vengo da te e ti chiedo l’autunno e poi l’inverno e tutte le altre stagioni, perché tu fai girare il mondo col tuo clitoride ruvido ed esclamativo. Arranco, stordita dalla tua energia.

Ho dormito fra le tue labbra, cullata dal suono del vento e dalle sue carezze. Incontaminato è il tuo respiro, profonda la tua caverna, ma ormai chiusa, inaccessibile. Cementata dalla paura e dalla sofferenza di tutte le Donne.

Oschiri, 5 ottobre 2019

#writefulness #scrivereluoghi

Vita, Writefulness

Writefulness alla Scuola Holden – Resoconto e Impressioni

Durante gli ultimi due week end di settembre ho tenuto il mio laboratorio sperimentale “Writefulness Scrittura Estrema e Scrivere Luoghi” alla Scuola Holden di Torino, la scuola di scrittura più importante e famosa in Italia.

Sono estasiata, stupita, piacevolmente impressionata da quello che ho vissuto insieme ad altre 30 persone. 

Ho lavorato con due gruppi eterogenei, composti da appassionati di scrittura, scrittori professionisti, psicologi, operatori sociali, studenti del liceo o dell’università. Tutti insieme si sono trovati a vivere un’esperienza abbastanza fuori dal comune: scrivere bendati per oltre due ore.

Anche se Writefulness non è solo scrivere bendati, sicuramente è quella la parte che più segna i partecipanti al laboratorio. 

“Ho avuto la possibilità di entrare in contatto con parti di me nascoste, trascurate, ora che le ho riacciuffate, spero di non perderle nuovamente.” M.B 

La prima forte emozione (per me) è quella che sento nell’accompagnare gli scrittori bendati dentro l’aula. Ogni individuo si comporta e si muove in maniera diversa quando è bendato. Alcuni mi toccano a malapena il braccio e tengono la mano davanti a sé, per mancanza di fiducia, altri si appoggiano di peso e si affidano, appunto, ciecamente ai miei occhi e alle mie gambe; alcuni vanno lenti lenti e insicuri, altri vanno spediti. A volte mi sento responsabile, altre volte mi sento un po’ una “torturatrice”, altre la compagna di un gioco divertente. A volte inadeguata nel guidare una persona indifesa. Interessante, no?

“Mi ha fatto scoprire che posso andare oltre quelli che sapevo essere i miei limiti. Io per due ore e mezza bendata senza sapere dove fossi e con chi? Ecco, chi mi conosce non ci crederebbe neanche vedendolo.” D.U

All’inizio è il buio, e nel buio si è costretti a stare con se stessi, come nella meditazione. E lì ti cerchi e ti ri-conosci, ti ascolti. Non c’è scampo. Ho visto persone scrivere come fiumi, senza preoccuparsi di andare storti, sovrapporre lettere e parole, dimenticare virgole, sbagliare accenti. Un flusso continuo, che come l’acqua porta vita, modella, smussa, accarezza a volte, fa paura, rinfresca. Emozioni pure, nel silenzio, nell’attenzione, nella consapevolezza e nella concentrazione più assordante che mai.

Poi ci si apre piano piano al mondo dei sensi: udito, olfatto, gusto, tatto, percezione. Ancora non vedi, sei come un bambino nella placenta.

Infine ci si toglie la benda ed ecco la luce, e finalmente puoi incontrare lo sguardo e le emozioni di chi, come te, ha scritto senza vedere nulla all’esterno, solo all’interno.

“Mi ha ricordato che la pagina bianca è sempre stata ed, ancora, è MIA AMICA (e sorrido mentre lo scrivo).” G.R.

La seconda parte di Writefulness – scrittura estrema – è tutta giocata sulla destrutturazione, sull’uscire dagli schemi, sulla disobbedienza, sulla parte sociale – asociale. 

Ci si ritrova a fare, scrivere, pensare cose che normalmente “non si fanno”. È la parte ribelle di questo laboratorio, che mira proprio alla distruzione degli schemi e al superamento dei limiti (propri e altrui). Ci si ritrova continuamente a buttare giù dei paletti o a metterne di nuovi, dentro e fuori di sé.

Questo dona nuova consapevolezza sulle proprie potenzialità e sulle idee che si possono maturare e che possono scaturire da noi se ci mettiamo davvero alla prova.

“Ho però capito (grazie all’esercizio delle parole cubetto) che ogni parola racchiude una storia e un significato. Dentro una frase tutte insieme compongono un concetto, ma singolarmente nascondono un mondo.” C.C. 

E poi, Scrivere Luoghi. Due sono state le location: la Gran Madre per il primo week end e Superga per il secondo. Quest’ultima voluta da me con tutta la forza, è stata anche quella che ha presentato più avversità. Me la ricordavo grigia e deserta. Invece per il laboratorio, che si è tenuto la domenica mattina, era subissata di gente, non si poteva accedere alla basilica, pochi i posti in cui comodamente si poteva scrivere. Ma anche questo ha fatto parte della sfida. I risultati sono stati interessanti: al momento della condivisione, alcuni di noi hanno parlato di sensazioni molto simili, senza essersi ovviamente prima consultati.

Per quanto riguarda invece la Gran Madre, è stata una sfida: ci siamo introdotti e abbiamo scritto durante la funzione della domenica. Un’esperienza molto simile a un esercizio antivergogna. Anche questa una cosa che “non si fa”. Eppure chi più, chi meno, chi in un modo, chi in un altro, ha eseguito l’esercizio. Siamo tornati sui limiti. Su quello che possiamo o non possiamo fare, almeno a detta delle nostre convinzioni.

Se ci diamo il permesso, possiamo fare molte più cose di quelle che crediamo o immaginiamo.

Scrivere Luoghi non è solo connettersi con il luogo in cui si svolge. In questo caso soprattutto è stato anche la difficoltà a connettersi con un luogo che noi percepiamo come ostile. Ancora una volta un dibattitto tra il nostro spazio interiore e quello che abbiamo fuori da noi. Allora possiamo spostarci da quel luogo, lavorare sull’esteriore quindi, oppure possiamo decidere di fare ancora più spazio dentro di noi, oppure di racchiuderci e rimpicciolirlo ancora di più, a seconda di come ci viene meglio.

È difficile spiegare queste cose. Writefulness va vissuto, più che descritto o raccontato, come ogni laboratorio che si rispetti!

Cosa ho imparato da questa esperienza Torinese? Sono state confermate delle idee che già avevo, in realtà.

  1. La forza di Writefulness sta nell’essere un continuo esperimento. Nessuno insegna niente a nessuno. Siamo tutti alla ricerca e scopriamo tutti qualcosa insieme, condividendo. La formula sperimentale rende più partecipi e proattivi, compresa me che devo condurlo, ed è continua fonte di stimoli. Insomma, non annoia mai. E cambia a seconda dell’aula, del posizionamento di sedie e tavoli, della temperatura del numero dei partecipanti. È un laboratorio suscettibile di mille variabili e voglio che rimanga tale. Amo improvvisare ed essere messa in difficoltà da condizioni avverse. Anche perché rispecchia esattamente quello che fa il laboratorio stesso.
  2. Writefulness sblocca qualcosa dentro i partecipanti. Che sia un nodo emotivo, un fermo creativo, una mancata comunicazione, un vicolo cieco esistenziale, sblocca. È un solvente, il crc della scrittura, lo sturalavandini della creatività, lo sgrassatore delle emozioni. Ed è proprio quello per cui gli ho dato vita, quindi posso ritenermi soddisfatta!
  3. Writefulness è fatto soprattutto dai partecipanti. Sì, io ne sono l’ideatrice e la conduttrice, ma senza la varietà e il trasporto dei partecipanti e del rapporto tra loro e con loro non ci sarebbero le scoperte, le sfumature che rendono vivo e affascinante questo percorso.

Insomma, la sperimentazione continua, con un brivido in più. Già mi sono venute nuove idee e sto strutturando un nuovo laboratorio per il 2021, ma questa è un’altra storia.

Voglio ringraziare ancora tutte le persone che hanno creduto in me: amici, collaboratori, familiari, fratelli e sorelle spirituali, il mio amato Ivano, il mio gatto Lucifero. E me stessa, per aver investito la mia energia e il mio amore in questa follia, nonostante tutto!

Ringrazio la Scuola Holden che mi ha dato questa importante possibilità e con la quale la collaborazione è andata splendidamente. Spero sia la prima di una lunga serie!

Ringrazio l’Hotel San Giors dove ho riposato e sono stata accolta splendidamente.

Ringrazio tutti quelli che mi hanno ignorato, che non hanno creduto in quello che facevo, che mi hanno criticato, nell’ombra o alla luce del sole.

E infine, ringrazio i partecipanti al laboratorio, e non mi stancherò mai di farlo. Siete stati di grande supporto, con le vostre reazioni, le vostre critiche e le vostre osservazioni.

Siete stati preziosi. Siete un dono, per me.

Prossime tappe: Roma, Firenze, Bologna, Napoli. Ci sto lavorando e spero di darvi presto notizie!

Vita

Superga – 29 settembre 2019 – #scrivereluoghi

Gente che passa.

Morte. Vita. Lucertole.

La mia gioia di essere qui.

Il centro di questo luogo mi è precluso.

Mi sento svuotata dentro.

La pancia è leggera, il cuore pesante.

Qui la vita si ferma. Io seduta su questo lato di morte mi godo il presente. Sono viva, sono io. Qui le piante sono uguali a tutte le altre. Loro continuano a crescere, anche sopra i morti. Mi batte il cuore in un modo particolare, qui. Il ritmo accelera, eppure non provo ansia. Ma non c’è la Basilica. Non c’è il Toro schiantato. C’è la pace di una natura bella. Farfalle. Uccelli che stridono. E finalmente, silenzio.

  • Sì, ma dov’è? Che si son schiantati?
  • Poco più in là.

Ma cosa cerca la gente? Questo non è un cimitero! Siamo tutti vivi qui!

Vita, Writefulness

Cari gabbiani…

Dietro la vecchia fortezza mi fanno compagnia solo i gabbiani. Mi sento un’ospite, mentre guardo verso l’isolotto che si staglia sul rosa e sul blu proprio davanti a me, e dal quale provengono una moltitudine di variegati versi che i gabbiani emettono indisturbati. Una vera e propria festa. Un parlarsi e un comunicare fra loro che non capisco e che da ospite ora mi fa sentire estranea. Ogni tanto uno di loro vola verso di me e poi torna sull’isola, e chissà cosa dice agli altri. “Ma guarda quella scema che dopo una giornata di lavoro anziché andarsene a casa a riposare viene qui in mezzo al nulla a sentire le nostre chiacchiere da isolotto. Ma che gliene frega?”. Ridacchio.

“Cari gabbiani, che ne sapete voi? Che ne sapete voi di questo prepotente ostentato rosa tramonto? Che ne sapete, voi che lo vedete ogni sera, di quello che mi dà alla fine di una giornata di fatica e confusione? È come se Apollo in persona mi baciasse le tempie prima di andare via. Come se Patcha Mama mi abbracciasse e mi servisse una zuppa calda. Che ne sapete voi cosa vuol dire, per chi non può volare, stare poco poco più in alto e poter vedere come bava di lumaca su una foglia i segni delle correnti marine in questa piccola baia che da azzurra diventa indaco e poi si sfuma di verde scuro, lo stesso colore di questi cespugli aggrappati alle rocce intorno a me? Cari gabbiani, voi continuate con le vostre chiacchiere da isolotto – caspita, quanto baccano fate, devono aver servito il buffet! – e non badate a me!”